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Marketing, comunicazione e innovazione
Blog di Lorenzo Marabini

"Non divulgo perché è nella misura in cui so già tutto, tutto ho capito, ma imparo mentre divulgo, conosco mentre cambio, metto in scena così da riuscire a capire..."
(Luca Ronconi - Etica del ribelle di G. Giorello)

Intelligenza artificiale, informazione e responsabilità: quando l’etica non è un’aggiunta (ma una direzione)

1/29/2026

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Riflessioni dal convegno Intelligenza artificiale e giornalismo: tra innovazione e deontologia - Imola, gennaio 2026
Convegno su intelligenza artificiale e giornalismo a Imola, gennaio 2026
In occasione della XXI edizione della Festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, si è tenuto a Imola un convegno dedicato a Intelligenza artificiale e giornalismo: tra innovazione e deontologia.
Sono stati affrontati temi di grande attualità e, tra gli interventi più attesi, quello di Paolo Benanti, che ha contribuito a riportare il tema dell’intelligenza artificiale su un piano strutturale e profondo.
Padre Benanti è oggi una delle figure di riferimento in Italia (e non solo) sul tema dell’etica dell’intelligenza artificiale, in particolare per quanto riguarda affidabilità dei sistemi, governance tecnologica, libertà e responsabilità umana.
È teologo francescano, docente alla Pontificia Università Gregoriana, alla LUISS e all’Università di Seattle, presidente della commissione sull’intelligenza artificiale presso il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio, già consigliere del Vaticano sui temi dell’etica della tecnologia. Recentemente firma la rubrica “Umani Digitali” sul Sole 24 Ore.

L’evento è stato organizzato dal settimanale imolese di ispirazione cattolica Nuovo Diario Messaggero, sotto la direzione di un ineccepibile Andrea Ferri, che è anche direttore dell’Ufficio per la Cultura e le Comunicazioni sociali della diocesi di Imola. Tra gli altri interventi autorevoli: Mario Garofalo, caporedattore centrale del Corriere della Sera e responsabile delle iniziative legate all’AI, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna Silvestro Ramunno e Mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona e presidente della Commissione Cultura e Comunicazioni sociali della CEI.

Il titolo del convegno, apparentemente settoriale, si è in realtà aperto a una riflessione molto più ampia - come dimostrato anche dalla caratura degli ospiti - che coinvolge oggi tutte le attività produttive, facendo del giornalismo un caso specifico ma ponendo domande, in effetti, più universali: che tipo di rapporto stiamo costruendo tra tecnologia, verità e responsabilità umana? E, forse ancora prima, quali prospettive di produttività e convivenza umana anticipa davvero la situazione attuale?

L’innovazione come opportunità e come problema

Al di là delle analisi iniziali sullo stato del giornalismo e sulle nuove tecnologie viste come opportunità - nella capacità di alleggerire compiti ripetitivi, pesanti e dispersivi, di riordinare fonti e bozze, di reperire materiali - sono poi emerse criticità legate ai risvolti etici di credibilità e autenticità (il rapporto con la realtà e con le fonti, in una sfera informativa sempre più generativa e verosimile), oltre a questioni di sostenibilità in termini occupazionali e quindi sociali, con l’implicita necessità di affrontare nuovi scenari, competenze e ruoli.

Un’altra rivoluzione industriale (meno visibile, più pervasiva)

Nel dibattito imolese è stato richiamato più volte un interessante parallelismo storico molto significativo, anche in relazione al nuovo Papa. Il tema dell’intelligenza artificiale è entrato con forza nel primo discorso di insediamento di Papa Leone XIV come nuova questione antropologica e sociale, non solo tecnica, esplicitamente messa in continuità con la riflessione di Leone XIII e con la Rerum Novarum sulla prima rivoluzione industriale - quando l’essere umano non era più visto come persona, ma come forza-lavoro e un ingranaggio sostituibile.
Oggi accade qualcosa di simile, ma in una forma ancora più radicale. Con l’intelligenza artificiale, il rischio non è soltanto che l’uomo venga ridotto a profilo, dato, previsione, ma - ancora oltre, in un ulteriore stadio possibile - che venga progressivamente estromesso dai processi decisionali e produttivi, in ogni settore, mentre sistemi autonomi assumono funzioni un tempo umane.
Il passaggio non è più soltanto dall’automazione all’efficienza, ma dall’automazione all’autonomizzazione delle macchine “intelligenti”, con conseguenze oggi difficilmente immaginabili.

È per questo che emergono questioni etiche fondamentali, ben al di là dell’operatività deontologica di un singolo settore. Vale la pena ribadirlo, anche per comprendere il senso di fondo - implicito nella conferenza imolese: l’etica è alla base dell’intelligenza artificiale e della sua affidabilità, sia per chi la utilizza sia per chi la sviluppa. Non è un tema laterale.

L’etica: infrastruttura a priori, non morale a posteriori

In effetti, nel discorso sull’AI, l’etica non può essere ridotta a una sorta di “controllo di coscienza”, chiamata in causa come correttivo a posteriori.
I principali framework internazionali - dalle linee guida europee sull’AI Act ai modelli di gestione del rischio - parlano chiaramente della necessità di progettazione e utilizzo di un'intelligenza artificiale “affidabile” (trustworthiness). Va inoltre considerato che anche anche le VLOPs (Very Large Online Platforms), ovvero i social network con i loro algoritmi fondati su sistemi di AI, sono ormai diventati di fatto sistemi di intelligenza artificiale su scala globale - non solo quindi gli strumenti di produttività come gli assistenti AI, i chatbot basati su LLM come vengono spesso definiti.
Per l’utente finale questi mondi risultano sempre più indistinguibili: basti pensare all’integrazione di Gemini in Google Search o di Meta AI in Facebook e Instagram. Con filtri generativi, raccomandazioni predittive e assistenti virtuali integrati, i social rappresentano oggi uno dei principali canali di diffusione quotidiana dell’AI. Ogni interazione alimenta modelli che decidono cosa mostrarci, come e quando.

Nel linguaggio normativo, soprattutto europeo, l’affidabilità di questi sistemi si traduce in una scomposizione in pilastri misurabili e verificabili, utili come parametri di riferimento per regolatori, aziende e processi di compliance:
  • Etica e valori umani
  • Spiegabilità
  • Governance e responsabilità
  • Robustezza e sicurezza
  • Privacy
In questo quadro operativo è corretto che l’etica compaia come un pilastro tra gli altri: il diritto ha bisogno di categorie distinte, requisiti auditabili e responsabilità chiaramente attribuibili.
Ma andando più in profondità, l’etica non è semplicemente un pilastro accanto agli altri. È piuttosto il fondamento che ne giustifica l’esistenza. C’è sempre un’esigenza etica di fondo che attraversa ciascun pilastro:
  • Etica e valori umani: il riferimento ultimo alla dignità della persona, ai diritti fondamentali e al valore dell’umano come fine e non come mezzo.
  • Spiegabilità: un’etica della responsabilità, che rende possibile comprendere, contestare e attribuire decisioni e conseguenze (ad esempio: “perché vedo questa notizia o questo annuncio?”).
  • Governance e responsabilità: la necessità di mantenere il controllo umano, la supervisione e la verifica finale dei processi decisionali automatizzati.
  • Robustezza e sicurezza: un’etica della sicurezza, che tutela persone, sistemi e contesti da errori, abusi e vulnerabilità.
  • Privacy: la tutela della dignità, dell’identità e dell’autonomia della persona, contro forme invasive di sorveglianza e profilazione.
In questo senso, i requisiti tecnici diventano quindi risposte a domande etiche precise, che precedono la progettazione stessa dei sistemi.

Inoltre, spesso ci confondiamo sulla terminologia, ma qual è la differenza tra morale ed etica, in estrema sintesi? La morale interviene sui comportamenti storici, sociali e culturali, rispondendo a domande come: “È giusto usare questo strumento?”, “È lecito pubblicare questo contenuto?”, “È corretto fare così?”.
L’etica, invece, agisce prima, sulle strutture che rendono possibili quei comportamenti e quelle direttive morali. Interroga i fondamenti dell’agire: perché qualcosa è giusto? Per chi? Con quali conseguenze? Domande che hanno attraversato anche il dibattito di Imola.

È per questo che, parlando di intelligenza artificiale, l’etica non può essere un’aggiunta successiva, ma deve essere pensata come fondamento progettuale e come criterio di utilizzo dei sistemi stessi, nonché come guida per ogni scelta imprenditoriale. Non a caso, questi strumenti sono oggi al centro di battaglie regolatorie in tutto il mondo.

Il caso giornalismo: quando i grandi player trascinano l’ecosistema

Venendo al caso del giornalismo, così come emerso nel convegno imolese, il quadro è emblematico. Le nuove politiche dei grandi player tecnologici condizionano oggi pesantemente le sorti di una moltitudine di attività intermedie. Informazione ed economia - digitale e reale - sono profondamente correlate, e il giornalismo è uno dei settori più esposti.
È stato ricordato come Google, con l’introduzione degli AI Overview - la finestra che appare in cima ai risultati di Google Search - utilizzi la potenza di Gemini per leggere decine di siti web in pochi millisecondi e offrire una risposta riassuntiva, riducendo la necessità di clic sui singoli link.

Questo sistema, tuttavia, sta producendo un cambiamento strutturale. Come altri sistemi di intelligenza artificiale generativa a interazione linguistica (che non mostrano sempre le fonti delle proprie risposte o affermazioni), Google sta comprimendo in modo significativo la visibilità di siti e testate giornalistiche, con effetti dirompenti: da un lato un’omologazione delle risposte e una minore propensione all’approfondimento; dall’altro una contrazione delle opportunità di business per moltissimi operatori.

Esistono strumenti per rientrare tra le fonti selezionate degli AI Overview (l’evoluzione della SEO verso la GEO), ma la direzione resta comunque abbastanza chiara: meno clic esterni, meno scelta, meno approfondimento, persino per chi contribuisce indirettamente alle risposte fornite all’utente.

“Fidatevi di noi”: la scorciatoia che cambia tutto

Di questi temi ha parlato anche Giorgio Taverniti, in una puntata del podcast Pillole di Eta Beta di RadioRai, co-fondatore di Search On Media Group, tra gli organizzatori del WMF - We Make Future e dell’AI Festival svoltosi recentemente all’Università Bocconi di Milano.
Il punto è che i grandi player della tecnologia spingono al massimo le soluzioni, “vogliono tutto”, ma riflettono sulle conseguenze solo dopo. Tra queste, la riduzione della scelta e dell'approfondimento, affidata a un messaggio implicito molto chiaro: “fidatevi di noi”. Un messaggio che intercetta la tendenza alla velocità e a quella di evitare le frizioni dei passaggi intermedi - cookie policy, banner, avvisi - che si incontrano entrando nei singoli siti web. Ma la riduzione della visibilità per chi produce informazione ha conseguenze economiche e occupazionali tutt’altro che marginali.
Come ha osservato Taverniti, questi attori non hanno solo un potere generativo, ma anche un potere “distruttivo”, se non prevengono le problematiche che creano. E, a un certo punto, la responsabilità diventa inevitabile. Anche questo è un problema etico.

Segnali deboli e conseguenze per brand e marketing

Riflettevo che, se la delega cognitiva a sistemi che forniscono risposte pronte - come gli AI Overview - riduce lo sforzo di ricerca e approfondimento e rafforza una fiducia in una tecnologia percepita sempre più come “oracolare”, questo fenomeno si intreccia con altre dinamiche emergenti che occorrerebbe osservare bene. Sono ancora segnali deboli ma significativi, soprattutto tra le nuove generazioni, Gen Z e Alpha.
È un tema ancora poco affrontato in modo strutturato (nel marketing ne ha scritto Kotler in Marketing 6.0, affrontando il tema della digital fatigue), ma destinato ad avere ripercussioni sui modelli di business, sullo sviluppo della marca e sulle strategie di comunicazione in ogni settore. Ripercussioni che imporranno nuove strategie e forme di ibridazione degli strumenti, nel bilanciamento tra esperienza digitale e fisica tenendo anche presenti fenomeni emergenti quali i dumbphones o il digital detox, che fanno il paio con teorie come la dead internet theory. Ovviamente, considerando che un marketing puramente offline resta, oggi (ma chissà domani…), un incubo per qualsiasi business moderno.

Le reazioni del giornalismo

Non mancano segnali di reazione ovviamente anche nel giornalismo, con direzioni più lungimiranti rispetto al passato. Tra queste: maggiore attenzione alla riduzione della dipendenza dalla pubblicità, più spazio all’approfondimento (di contro alla velocità e all’inattendibilità) e un rinnovato investimento nei rapporti di fiducia.
Ed è qui che si chiude il cerchio con la conferenza di Imola. Accanto alle opportunità, sono emerse criticità strutturali e la necessità di nuove strategie, capaci di leggere i trend e orientarsi in un contesto profondamente cambiato e in continua trasformazione.
È un momento di grande trasformazione per tutti. Osserviamolo, e agiamo.

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